02 ago 2013

Simon Winchester e la storia dell'Oxford English Dictionary


Perché questa volta due libri insieme? La risposta è semplicissima: entrambi raccontano la meravigliosa avventura della creazione dell’Oxford English Dictionary.
Premessa: l’OED (come viene solitamente abbreviato) è IL dizionario di riferimento per qualsiasi dubbio sulla lingua inglese. Attenzione, non intendo un qualsiasi dizionario di inglese edito dalla Oxford bensì l’opera unica oggi in 20 volumi che aspira a contenere tutte le parole che compongono la lingua inglese e che elenca per ciascuna la pronuncia, i diversi significati, ma soprattutto la storia/l’evoluzione di quella parola dalla prima volta che è stata usata fino ad oggi.  Capito adesso perché è in 20 volumi? Credete che sia stata impresa facile? Ovviamente no. L’incredibile e appassionante storia di questa impresa è racchiusa nei due libri di cui sopra. Anche se sono stati scritti nell’ordine inverso, io consiglio di partire con The Meaning of Everything e procedere poi con The Professor and the Madman (conosciuto anche con il titolo The Surgeon of Crowthorne). Il primo, infatti, racconta le vicende legate alla creazione del dizionario, mentre il secondo esplora le vicende di uno dei bizzarri personaggi che a questa impresa hanno legato i loro destini.
L’idea nacque da un discorso di Richard Chenevix Trench alla Philological Society, in cui sottolineava le carenze nei dizionari esistenti e auspicava la creazione di un dizionario di nuova concezione, che avrebbe richiesto un lavoro filologico-letterario notevole oltre a competenza e professionalità fuori dall’ordinario. Da quella data al completamento dell’opera passeranno ben 71 anni e quello che sta nel mezzo è tutto da leggere. Molti sono gli aneddoti interessanti che hanno caratterizzato gli anni di creazione dell’OED, alcuni divertenti ed altri tristi. Il più particolare di tutti, riguarda la figura di uno dei maggiori contribuenti al dizionario: un cittadino americano che scriveva dal villaggio di Crowthorne e che solo successivamente  Murray scoprì essere rinchiuso in un manicomio criminale. La sua storia è raccontata nell’altro libro di Winchester, The Professor and the Madman ed è interessante e affascinante quanto la prima.
Nonostante gli studi universitari mi avessero trasmesso la ‘deferenza’ con cui avvicinarsi all’OED, non avevo idea (né tanto meno mi ero posta il problema) dell’immane lavoro dietro ad esso, né avevo mai indagato su quei nomi che così spesso ho visto in copertina.
La cosa che mi ha fatta riflettere di più però è stato l’ammontare incredibile di volontari che hanno partecipato all’impresa. Nonostante i ringraziamenti contenuti nelle prefazioni di Murray alla prima edizione, alcune di queste persone hanno davvero lavorato per decenni senza guadagnarci nulla se non il piacere di aiutare a costruire qualcosa che reputavano importante. Questo stesso spirito è stato ‘ritrovato’ dagli inglesi recentemente, in occasione delle Olimpiadi del 2012 ed ha nuovamente reso gli inglesi orgogliosi di essere tali. Mi riferisco allo spirito di sacrificio con cui migliaia di persone si sono unite all'esercito di volontari. Ho seguito le vicende di queste olimpiadi sui quotidiani ed ho assistito ai dubbiosi interrogativi iniziali circa l’esito: era molto più di una questione sportiva, in ballo c’era l’onore stesso del Paese, ci si interrogava sull’identità degli inglesi (Cito dal Guardian: “What exactly is our place in the world? How do we compare to other countries and to the country we used to be? What kind of nation are we anyway?”). Mentre l’Inghilterra si interrogava sull’ambivalente sentimento nei confronti di queste olimpiadi (la popolazione pareva divisa tra cinismo ed entusiasmo), gli organizzatori operavano un miracolo:  nuovamente la nazione faceva leva sullo spirito volontaristico dei propri abitanti per portare a termine un’incredibile impresa. Più e più volte i quotidiani hanno riportato come il successo delle Olimpiadi di Londra sia quasi interamente da attribuire alle schiere di volontari che sono arrivati da ogni angolo del Paese per contribuire. Alcuni di questi sono stati impegnati anche nello spettacolo inziale, sotto la regia di Danny Boyle e per mesi non hanno potuto svelare il segreto. Hanno poi raccontato di come avevano risposto alla chiamata, superando delle audizioni e partecipando alla preparazione dello spettacolo, cosa che ha richiesto mesi di allenamento (qualcuno ha parlato di 120 ore di prove) per trasformare persone normalissime di varie età in ballerini con una complessa coreografia da memorizzare. Insomma, alla fine il vecchio spirito inglese ha trionfato superando cinismo e crisi economica. Ovviamente non sto paragonando la portata dell’OED alle Olimpiadi, mi rendo ben conto che si tratta di due imprese diverse: quello su cui vorrei focalizzare è che le Olimpiadi hanno permesso a quello spirito di volontariato che aveva reso possibile l’OED di risvegliarsi per far constatare a tutto il mondo che era ancora lì.
Prendo spunto dal film di Pupi Avati per questo album, un doveroso omaggio a coloro che hanno dedicato una vita all'OED: GLI UOMINI CHE FECERO L'IMPRESA.





Why two books this time? The answer is very easy: they both tell the wonderful adventure of the making of the Oxford English Dictionary.
Premise: the OED (that’s how it is generally shortened) is THE dictionary for any doubt on the English language. Pay attention, because I’m not referring to an English dictionary published by OUP. I’m rather referring to the unique work in 20 volumes by now which aspires to include all the words that make up the English language, listing pronunciation, meanings and, above all, the history/evolution of that word from its first apparition up to now. That’s the reason why it’s in 20 volumes! No easy task, indeed. The incredible and riveting story of that enterprise is told in the two books I’ve mentioned above. My advice is to start with The Meaning of Everything and then go on with The Professor and the Madman (also known with the title The Surgeon of Crowthorne), although the latter was written first. The former tells about the events related to the making of the dictionary, while the latter explores the life of one of the queer people whose fate was intertwined with the dictionary/enterprise. The idea was born after a speech by Richard Chenevix Trench at the Philological Society, in which he highlighted the fact that existing dictionaries were deficient and he suggested  to build a new dictionary. It would be great a philological-literary endeavour for an extra-ordinarily qualified expert.  From that day up to completion there would be 71 years and what’s in the middle… you must read it!  There are many interesting anecdotes of the years of the making of the OED, some are funny and others are sad. The most particular concerns the figure of one of the major contributors to the dictionary: an American citizen who wrote from the village of Crowthorne. He was an inmate of a criminal lunatic asylum. His story is told in the other book by Winchester, The Professor and the Madman and it’s as interesting and riveting as The Meaning of Everything.
Although during my university studies I had learned to approach the OED with deference, I didn’t have any idea (nor I ever thought about it) of the huge work behind it all. I never investigated about those names on the cover.
I’ve been wondering about the incredible amount of volunteers who contributed to the enterprise. Besides Murray’s mention in the prefaces to the first edition, some of them worked for decades with no reward but the pleasure of helping make something important. The same spirit has been recently ‘re-found’ by the British during the London 2012 Olympic Games and has been the cause for national pride. I’m referring to the spirit of sacrifice of thousands of people who ‘joined the army’ of volunteers. As a teacher of English, I paid much attention to the Olympics especially how newspapers covered the event. There were doubts from the beginning as regards the outcome of the Olympics but there was much more at stake than the sport events. It was a question of honour: journalists wondered about British national identity (I’m quoting from The Guardian: “What exactly is our place in the world? How do we compare to other countries and to the country we used to be? What kind of nation are we anyway?”). Whereas Britain speculated about the ambivalent feelings towards the Olympics (people were divided between cynicism and enthusiasm), the organizers were working a miracle: the nation was putting the volunteering spirit of its inhabitants into practice to bring the enterprise to an end. Journalists reported again and again how much the success of the Olympics was due almost entirely to the hosts of volunteers who came from every corner of the country. Some of them were also assigned to the opening ceremony, under Danny Boyle’s direction and for months they couldn’t tell the secret. Only after the ceremony they could tell about how they answered ‘the call’, passed auditions and took part to the show after months of training (some told about 120 rehearsal hours) to learn the complex choregraphy. In the end the old British spirit triumphed over cynicism and economic crisis. I’m obviously not comparing the importance of the OED to the Olympics… I know well they are two very different enterprises… what I’m trying to focus onto is that the Olympics were the occasion for the volunteering spirit that made the OED possible to awake and show itself to the rest of the world.

That's Simon Winchester telling the Whole story: very interesting!

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